Ragnar Östberg – Villa Geber, una casa nell’arcipelago

Il principale obiettivo del libro è il superamento dell’univocità di interesse manifestata dalla critica per quella chef-d’oeuvre di Ragnar Östberg che è il Municipio di Stoccolma. Ciò si concretizza nel tentativo di delineare un nuovo apporto esegetico analizzando un altro volto della sua produzione: Villa Geber (1911-1913); in quanto la riconoscibilità identitaria tanto ricercata dal movimento romantico nazionale non trovò espressione unicamente negli edifici a carattere pubblico. Le vite dei due edifici si intrecciano anche sotto il profilo temporale e si è portati a intravedere una vicendevole influenza. «Con le sue linee semplici e originali, e la sua incantevole corte, è una perla della moderna architettura svedese». A partire dalla fascinazione esercitata su H. Ahlberg e F. R. Yerbury (1924), il libro intende esplorare l’armoniosa sintesi di culture e forme lontane fra loro nel tempo e nello spazio contenute in Villa Geber, a cui si è reso necessario aggiungere un quadro conoscitivo più ampio sulla “democratizzazione” del concetto di villa e sulla concezione abitativa al Nord.

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L’autore

Chiara Monterumisi (1986), architetto e ricercatore Post Doc all’École  Polytecnique Fédérale de Lausanne. La sua attuale ricerca esamina le politiche urbane di complessi abitativi sociali nei paesi scandinavi durante il periodo intra-guerre.
Ha trascorso diversi periodi di ricerca presso la Kungliga Tekniska Högskolan di Stoccolma per mettere a punto il progetto dottorale dal titolo Ragnar Östberg. Genius loci e memorie urbane. Stockholms Stardhuset-Nämndhus e Villa Geber che esplora le trasformazioni urbane a Stoccolma e in particolare due progetti poco conosciuti dell’architetto svedese.
Ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in Architettura (2015) all’Università di Bologna.

GIO PONTI – Scena e design, un unico modo

Il volume indaga gli stretti rapporti che intercorrono tra scenografia teatrale e architettura usando come paradigma i lavori di Gio Ponti in questi campi. In poco più di tre lustri – tra il 1937 e il 1954 –, mentre consolidava la sua figura di architetto, Gio Ponti progettò sette spettacoli teatrali per balletto, prosa e lirica dando dimostrazione che disegnare un costume, scattare una fotografia, progettare un tavolo o un edificio rientrano nella medesima estetica, definendo la linea di continuità artistica propria di ciascun architetto. Questi lavori, lungi dall’essere un semplice divertissement da colto dilettante, collocano Ponti nella condizione dell’architetto classico o, com’egli stesso si definiva, dell’«ultimo degli Umanisti». Lampadari, divani altri oggetti così come gli spazi, hanno nel palcoscenico il loro banco di prova prima di essere tradotti nel quotidiano e divenire icone del design.

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L’autore

Silvia Cattiodoro, architetto, ph.D. in Design Industriale, Espressione e Comunicazione Visiva, è specializzata in Scienze e tecniche del Teatro e in Museografia.
Nella sua ricerca si dedica principalmente ai rapporti tra progetto scenografico e progetto architettonico e all’influenza del concetto di effimero sull’evoluzione architettonica.

Ha partecipato a numerosi convegni internazionali e pubblicato vari scritti e saggi sull’argomento, tra cui i volumi Architettura scenica e teatro urbano (2007) e Il fondamento effimero dell’architettura (2012) e per in Edibus, come curatrice e coautrice, 1913-2013 Pier Giacomo 100 volte Castiglioni.

Attualmente insegna Discipline degli interni e dell’allestimento presso il Politecnico di Milano, l’Università IUAV di Venezia e l’Accademia di Belle Arti Santa Giulia di Brescia.